Julio Sergio: “Amo la Roma, con i compagni fiducia reciproca”

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Da terzo portiere a titolare indiscusso. Quella di Julio Sergio è una favola. Una favola che l’estremo difensore giallorosso racconta a Il Corriere dello Sport:

Julio Sergio, sabato ha ripreso il posto in squadra. Superati i problemi? “Si, fisicamente sto bene, durante la partita non ho avvertito nessun fastidio, ho una settimana di allenamenti per migliorare”.
Ogni tanto ha a che fare con qualche problema muscolare.
“Non giocavo da tre anni, forse dipende da questo. Sono professionista dal 1997, prima non avevo avuto infortuni muscolari. Prima di venire alla Roma avevo fatto un intervento al ginocchio per un crociato, l’unico infortunio grave della mia carriera”.
Titolare dopo tre anni da terzo portiere. Una storia un po’ strana no?
“Ci sono cose che succedono solo a Roma. Sono felice di quello che ho fatto, voglio fare ancora di più, sempre meglio, per arrivare a certi livelli”. Quali obiettivi si pone per ora?
“A me fa piacere fare bene nella Roma, allenarmi con impegno, essere a disposizione e avere la possibilità di giocare. Vivo alla giornata, partita dopo partita. Speriamo che le cose continuino ad andare bene”.
Presto dovrà discutere il rinnovo del contratto, a giugno va in scadenza. Quali sono le sue intenzioni?
“Sto bene a Roma, la mia famiglia anche. Per noi è un’esperienza bellissima. Vediamo come si svilupperà la situazione”.
Che voto si darebbe fino a questo punto? “Sei, sei e mezzo. A me non piace dire che sono più bravo degli altri. So quando faccio le cose in modo positivo e quando sbaglio. So che devo ancora migliorare”.
Un portiere può migliorare a 31 anni? “Assolutamente si. Ho tanto da imparare dagli altri portieri, nelle partite giocate, negli allenamenti”.
Quest’anno ha cambiato allenatore e preparatore dei portieri. Differenze?
“Con Bonaiuti lavoravo sulla forza, mi piaceva e mi serviva. Ma io sono un portiere veloce, esplosivo. Ora con Pellizzaro lavoriamo più sulla velocità e sulla tecnica. Sto molto bene, ma un portiere deve sapersi adattare ai vari metodi di allenamento”.
Come si trova con Pellizzaro?
“Vive la squadra intensamente, durante e artite ci incita, non sta mai fermo. Ci tiene alla crescita della Roma, ha tanta esperienza, ha lavorato con tanti portieri fortissimi, li ha aiutati a migliorarsi. Svolge il suo lavoro con entusiasmo e competenza. Con lui parlo moltissimo, anche alla fine delle partite, del primo tempo. Vado da lui a chiedere se è stato corretto oppure no quell’intervento. Se ho sbagliato me ne rendo conto già da solo”.
Ranieri le ha dato fiducia dal primo giorno, le ha consegnato le chiavi della porta, ha ribadito spesso il suo ruolo da titolare.
“È vero, lo ringrazio tanto per l’opportunità che mi ha dato e la fiducia che ha continuato a darmi e ho cercato di ripagarlo in campo con le mie prestazioni. Ho lavorato tanto dentro e fuori del campo per conquistarmi le mie chance”.
La sua parata più bella resta quella del derby.
“Quella che i tifosi hanno apprezzato di più”.
Forse anche quella con la quale è entrato nel cuore della gente.
“Io ho sempre avuto un buon rapporto a Roma, anche quando non giocavo. Il derby è una partita speciale. I tifosi quando mi incontrano per strada ancora mi chiedono: “Come hai fatto?”. A me fa piacere aver dato il mio contributo per una vittoria tanto sentita, ma devo continuare a fare parate come quella”.
Si dice che lei sia un portiere bravo anche fortunato. Cosa ne pensa?

“Senza fortuna non vai da nessuna parte. La fortuna ti può portare fino a un certo punto, ma poi nella vita devi avere anche le capacità di gestirti e andare avanti da solo. Se è vero che ho fortuna, spero di continuare ad averla nella vita e nel calcio”.

Torniamo alla Roma, è vero che siete un po’ stanchi? “Sabato abbiamo incontrato un grande Milan che ha giocato una partita bellissima e ha sbagliato poco. Noi abbiamo corso tanto e abbiamo gestito la gara come potevamo. Io la Roma l’ho vista bene, ma possiamo fare meglio. Ogni squadra ha il suo momento e la Roma doveva fare quella partita”.
Ranieri ha così tanta fiducia nei suoi confronti che ha tentato di recuperarla per Napoli.
“Noi siamo una squadra e dobbiamo lavorare per vincere e per fare il bene della squadra. Se mi fossi sentito in grado di aiutare la squadra sarei andato in campo. Se invece c’era il rischio di dover fare un cambio non sarebbe stato giusto per i compagni e per la squadra”.
Alla nazionale ci pensa?
“Ogni calciatore ha questo obiettivo, ma prima devo fare bene con la Roma. Se riesco a mantenere un buon rendimento può darsi che un giorno mi chiameranno”.
Però oggi in Brasile gode di una maggiore considerazione.
“Per tre anni sono stato lontano dai riflettori, in un cono d’ombra. Ora sto giocando in una squadra come la Roma, mi sto comportando bene, è normale che si parli di me. Ma la considerazione penso che sia la stessa. Preferisco ottenere risultati senza apparire, non mi interessa mettermi in evidenza”.
C’è molta pressione intorno alla Roma.
“La gente vive intensamente il calcio. Sappiamo che con il nostro impegno possiamo cambiare le cose in positivo, cerchiamo di farlo”.
Quali sono i vostri obiettivi, a questo punto della stagione?
“Vincere la Coppa Italia e in campionato dobbiamo crederci fino alla fine per cercare di arrivare più in alto possibile. La Champions League è alla nostra portata, non dovremo farcela sfuggire”.
L’Inter si può ancora raggiungere?
“Loro giocano bene e stanno facendo un ottimo campionato. Ma anche noi quest’anno abbiamo fatto il salto di qualità. Non ci daremo per vinti fino a quando la matematica ci lascerà una speranza”.
Tra le sue qualità c’è quella di parlare molto con i compagni.
“Vedo la partita da dietro e mi accorgo di cose che altri non possono vedere. Posso evitare un pericolo e aiutare un compagno. Per un portiere è importante anche questo, non solo le parate. Se riesco ad essere utile anche in questo modo è meglio”.
Si dice che i compagni si fidano di lei.
“La fiducia è reciproca. Quando gioco mi sento tranquillo e penso che anche loro lo siano quando gioco io”.
Domenica a Livorno la Roma deve tornare a vincere.
“Di sicuro troveremo grandi difficoltà. Ho visto l’ultima partita del Livorno, non meritava di perdere. Per vincere dobbiamo giocare bene e correre”.
Come vive emotivamente la partita?
“La sento, ma quando scendo in campo le emozioni restano fuori. Se non senti la partita significa che non hai più entusiasmo per giocare a calcio”.
Quali sono i migliori portieri in Italia?
“Buffon è un grandissimo. Io non penso sia in calo, è un po’ sfortunato, ma certe parate solo lui può farle. Negli ultimi anni però, Julio Cesar è stato il migliore. Tra i giovani mi piacciono Marchetti e Sirigu”.
Gli attaccanti più pericolosi?
“Non saprei dirlo. Io ho imparato tanto con Montella in allenamento, lui faceva cose incredibili, con tempi diversi rispetto a qualsiasi altro attaccante. Sapeva in anticipo cosa fare e cosa avrebbe fatto il portiere. Ho imparato da lui a restare fermo… due millesimi di secondo in più”.
Come si prepara un portiere prima della partita?
“Studio gli avversari, in particolare come battono i rigori, come si muovono al momento di tirare in porta. Nella mia carriera non ho subito molti rigori, ma mi alleno sempre. Sono veloce , se riesco a capire dove calcia provo ad arrivarci”.
Una qualità fondamentale per un portiere.
“La testa. Si riesce a stare tranquillo può prevedere quali saranno le mosse dell’attaccante. E poi la posizione giusta è tutto per fare una grande parata”.
Sia sincero. Prova risentimento nei confronti di Spalletti? “Nel calcio ognuno deve capire il suo momento. Lui aveva fatto le sue scelte senza essere prevenuto. Non mi ha mai voluto fare andare via, non penso che non avesse fiducia in me. Ho provato a parlargli. Mi diceva, so quello che vali. Decideva insieme con Bonaiuti. Certo, in quei tre anni ho pensato di andare via. L’Estate scorsa mi voleva il Grosseto, mi hanno cercato anche dal Brasile. Ma non me la sono sentita di tornare a casa senza aver fatto una partita in Italia. Prima dell’esordio con la Juve avevo giocato solo un’amichevole a Leverkusen… Volevo avere almeno una chance. Ho sempre chiesto a me stesso perché non giocavo, ma non potevo chiedere spiegazioni all’allenatore, non sarebbe stato professionale”.


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