Stefano Sorrentino è reduce da una stagione importante: il suo Chievo si è salvato con buon anticipo anche grazie al rendimento eccellente del portiere clivense. Ora, come succede da qualche anno a questa parte, il nome di Sorrentino viene accostato in maniera evidente alla Roma. Puntuale come la cambiale, il meccanismo si sta ripetendo anche stavolta: già si parla di uno scambio tra estremi difensori. Curci a Verona e il clivense, appunto, a Roma. L’ottimo campionato non è servito per fargli conoscere il giro della Nazionale ma, intervenuto ai microfoni di Centro Suono Sport, Sorrentino dice di non aver preso male la mancata convocazione. SCAMBIO CON CURCI. “Questo non lo so. So di piacere alla Roma come so che Curci piace al Chievo. Ma non posso dire che c’è una trattativa. Posso parlare per me, il fatto di piacere alla Roma è un piccolo tormentone di alcuni estati, vediamo se sarà qualcosa di più reale“.
Jonas Baar, Lajos Kovacs , Luigi Barbesino e Guido Ara furono quattro allenatori che guidarono la Roma negli anni antecedenti lo scoppio della seconda guerra mondiale. In questi nove anni (1932/1940) la squadra giallorossa si posizionò sempre nelle prime dieci posizioni della classifica di Serie A.
Il primo di questi, Jonas Baar, si sedette sulla panchina della Roma alla 10° giornata della stagione 31/32 prendendo il posto dell’inglese Herbert Burgess. In realtà Baar era già parte dell’organigramma della Roma in quanto era stato ingaggiato per allenare le riserve. Fu Consigliato alla Roma dal santone del calcio austriaco Hugo Meisl in occasione della partita di Coppa Europa persa dai giallorossi contro il First Vienna.
La Roma terminò quella stagione classificandosi al 3° posto. Jonas Baar rimase alla guida della Roma fino alla 6° giornata della stagione successiva (1932/1933), dalla 7° a prendere il suo posto fu l’ungherese Lajos Nems Kovacs fresco di promozione in serie A sulla panchina del Padova. Quella di Kovacs fu una stagione tutt’altro che esaltante che la Romà concluse al 5° posto collezionando 14 vittorie, 11 pareggi e 9 sconfitte.
All’inizio del campionato 1933/1934 a sedersi sulla panchina della Roma fu Luigi Barbesino che rimase al timone fino alla stagione 1936/1937 al termine della quale raggiunse la finale di Coppa Italia.
Barbesino conquistò quella finale ma in realtà a disputarla e a perderla per 1-0 con il Genoa fu l’allenatore piemontese Guido Ara che dopo aver allenato la Fiorentina guidò i giallorossi per tre stagioni fino al 1940. Dopo una serie di risultati altalenanti e l’eliminazione dalla Coppa Italia ad opera della Juventus, alla 26esima giornata fu esonerato e a prendere il suo posto fu l’ungherese Alfred Schaffer.
Anche quest’ultimo fu un campionato fallimentare al termine del quale i giallorossi si posizionarono al 7° posto della classifica. Fu inoltre, l’ultimo anno della Roma a Campo Testaccio, tana dei lupi destinata ad entrare nella leggenda.
Guido Ara
Jonas Baar, Lajos Kovacs , Luigi Barbesino eGuido Ara furono quattro allenatori che guidarono la Roma negli anni antecedenti lo scoppio della seconda guerra mondiale. In questi nove anni (1932/1940) la squadra giallorossa si posizionò sempre nelle prime dieci posizioni della classifica di serie A.
La Nazionale di calcio danese è una delle nazionali più longeve della storia del calcio mondiale. Ha come colori il bianco e il rosso, che si richiamano al cromatismo della bandiera nazionale. Nella sua bacheca, spicca l’incredibile vittoria ottenuta all’Europeo del 1992. L’altro trofeo presente in bacheca ha anche vinto la seconda edizione della FIFA Confederations Cup nel 1995.
Alle Olimpiadi – Le prime partite disputate dalla Nazionale danese, risalgono al lontano 1908 alle Olimpiadi di disputate a Londra: il 19 ottobre vi fu infatti l’esordio assoluto dei biancorossi contro la seconda squadra francese, sconfitta con un sonante 9-0. Il 22 ottobre però, fu affrontata la squadra “A” dei transalpini, sfida che terminò con la clamorosa vittoria per 17-1, rimasta negli annali come la miglior prestazione di tutti i tempi per i danesi, nella quale Sophus Nielsen realizzò addirittura 10 reti, che gli permisero, insieme a quella della prima gara, di laurearsi capocannoniere dei giochi olimpici. I danesi furono poi sconfitti per 2-0 dalla Gran Bretagna in finale. Quattro anni dopo, ai Giochi di Stoccolma, la situazione ricalcò quella dei Giochi precedenti: la Danimarca sconfisse prima la Norvegia per 7-0, quindi per 4-1 i Paesi Bassi in semifinale, per doversi accontentare del secondo argento consecutivo contro la Gran Bretagna, contro la quale persero per 4-2. Fra il 1924 e il 1928 la nazionale danese vinse i campionati nordici su Svezia e Norvegia, vittoria che sarà poi ripetuta anche nelle edizioni 1978-80 e 1981-83.
Alle Olimpiadi del 1948, che si disputarono ancora una volta a Londra, la Danimarca conquistò l’ennesima medaglia, questa volta il bronzo, imponendosi sulla Gran Bretagna nella finale per il terzo posto dopo la sconfitta con la Svezia in semifinale. A Roma, nel 1960, conquistò la terza medaglia d’argento olimpica, perdendo in finale con la Jugoslavia.
L’annata strepitosa di Julio Sergio fa il paio con il campionato da incorniciare dei capitolini. Anzi, forse è anche per il fatto che un estremo difensore giallorosso tanto affidabile e puntuale non lo ricordiamo nel recente passato, che l’annata giallorossa si è rivelata così importante. C’è stato l’anno di grazia di Alexander Doni – quello precedente – ma poi il brasiliano (con tanto di convocazione ai Mondiali 2010 quale bottino inatteso e consolatorio) si è gradualmente perduto tra errori grossolani e prese di posizione nei confronti della società (al fine di rispondere alle chiamate di Carlos Dunga) che hanno logorato il rapporto tra lui, la Roma e i tifosi. Chi se l’immaginava, tuttavia, di avere in casa uno dei migliori portieri della stagione: non perché Julio Sergio, in precedenza, fosse scarso ma per il fatto che – con Luciano Spaletti alla guida del club – il carioca è sempre stato considerato come il “miglior terzo portiere del mondo”. Insomma, ci si fidava di Spalletti. Che, almeno in questo, si è sbagliato di grosso. Lo abbiamo capito giornata dopo giornata: da quando Ranieri ha deciso di farne il titolare inamovibile, Julio Sergio si è conquistato coi fatti la fiducia di tutti. In un istante, sono spariti i patemi di una tifoseria che, nella prima parte di stagione, tremava al solo pensiero che un attacco qualunque potesse avvicinarsi all’area di rigore giallorossa.
Juan dalla Roma al Brasile. Dal campionato italiano alla Coppa del Mondo. Il centrale difensivo giallorosso ha appena concluso la sua migliore stagione nella Capitale riuscendo a diventare – prestazione su prestazione – un pilastro della squadra di Claudio Ranieri. L’ossatura della futura Roma non ne può prescindere e, in barba alle voci di mercato che vogliono l’Inter sul carioca (magari da inserire nella trattativa per cedere Nicolas Burdisso a Rosella Sensi), Juan dà appuntamento al prossimo anno. Nel quale, dice testuale, l’Inter dovrà fare i conti con i capitolini. Nella lunga intervista esclusiva rilasciata a Il Corriere dello Sport, il perno della retroguardia capitolina ha affrontato più di un argomento: dalla stagione appena conclusa al mercato estivo, dai Mondiali alla voglia di rilanciare la sfida ai nerazzurri, dai destini degli altri brasiliani in Italia a Francesco Totti. SERIE A 2009/10. “Sensazioni contrapposte. Amarezza e orgoglio. Un dispiacere enorme di non essere riuscito a vincere, anche se abbiamo fatto tutto il possibile. E’ andata così. Certo conquistare 80 punti e non vincere è dura. Ma c’è anche la consapevolezza di aver dimostrato il nostro valore, insidiando una squadra più forte di noi“. COME DUE ANNI FA. “No, sono state due situazioni diverse. Due anni fa ci abbiamo creduto solo alla fine. Ci eravamo avvicinati all’Inter alla penultima giornata, quest’anno ci abbiamo creduto per un paio di mesi, siamo stati in testa per due settimane“. CARENZE. “Un po’ di fortuna, ma abbiamo perso contro una grande squadra, bisogna dirlo. L’Inter come organico è una delle più forti in Europa. Abbiamo sbagliato qualche partita, ma forse qualcun’altra l’abbiamo vinta senza meritare. Comunque è andata, il prossimo anno dovremo fare meglio“.
San Paolo, Brasile, metà Anni 90. Sui campi di allenamento delle giovanili della società che porta il nome della città sgambettano tanti calciatori in erba che sognano di sfondare nello sport nazionale brasiliano. Tra loro ci sono tre elementi che ci riusciranno e che in quei momenti di crescita fisica, tecnica e umana cementano un’amicizia che dura ancora: Kakà, Julio Baptista e Fabio Simplicio. Insieme davano vita ad un centrocampo con i fiocchi nelle giovanili del San Paolo. Insieme sono stati promossi in prima squadra al termine della deludente stagione 1998-99, quando la società cedette in blocco l’intero centrocampo composto da Marcelinho, Vagner (quello che giocò anche nella Roma di Zeman), Edmilson e Beto proprio per dar spazio ai giovani.