Rivera: “Il settore giovanile della Roma? Si cresce bene”

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Dal Romanista:

Dalla finestra aperta si scorge il giardino di un palazzo signorile, ma la foto dietro alla scrivania è quella di Ronaldinho. È dal 4 agosto scorso che Gianni Rivera lavora in quest’ufficio, al terzo piano della sede della Federcalcio di via Po, dov’è distaccato il Settore Giovanile e Scolastico. Forse era destino che a presiederlo dovesse essere il più giovane esordiente in serie A. Presidente Rivera, qual è l’impronta che vuole dare alla sua gestione? L’ho detto sin dal giorno del mio insediamento: se non si comincia a privilegiare la parte tecnica e qualitativa a livello giovanile, si rischia di trovarsi davanti a un calcio diverso. Non ultima in questo senso è la frase di Prandelli, che ha detto che se avesse avuto dei giovani per sostituire i due infortunati dell Nazionale, li avrebbe chiamati. Purtroppo, ha detto il ct, non li vedo, altrimenti li avrei convocati. Così ha dovuto chiamare giocatori più esperti. Questo è indicativo. Se devi sostituire qualcuno, deve preoccupare il fatto che non ci siano dei giovani all’altezza.
Anche secondo lei non ce n’erano? Non lo so, io non vado a vedere tutte le partite. Mi piace il calcio, ma non lo guardo a tutte le ore. Dopo il successo dell’anticipo alle 12.30, tra un po’ si giocherà anche alle nove di mattina. Non lo so se va tanto bene questa cosa.
In Italia si parla molto di giovani, anche se poi quelli che giocano nelle grandi squadre sono pochi. Ci vede una contraddizione? Forse perché è vero che non ce ne sono di livello e che nel passato le scelte sui giovani sono andate in una direzione diversa. Invece del talento si è pensato che fosse meglio prendere un giocatore fisicamente già formato e sperare che imparasse a giocare a calcio. Forse invece è più facile il contrario, cioè prendere uno bravo tecnicamente e poi farlo diventare un buon atleta. E poi non è vero che il fisico è fondamentale.
Che idea si è fatto del vivaio della Roma? Non conosco approfonditamente tutto quello che fanno le squadre. La Roma ha sicuramente lavorato bene nel passato perché quando le è stato impedito di operare sul mercato, ha dovuto impiegare dei giovani di talento e se li è ritrovati. Magari non sapeva neanche di averli, il che significa che ha lavorato bene. Nei vivai bisogna innanzitutto insistere sulla qualità degli istruttori, che devono poter lavorare senza la pressione della dirigenza che vuole vincere a tutti i costi senza badare alla qualità, ma solo all’aspetto atletico. Io dico che bisogna puntare alla qualità, che perché migliorerebbe l’immagine delle società. Per riuscirci ci devono essere degli istruttori che sappiano cosa vuol dire il gioco del calcio sotto il profilo tecnico.
Qual è il compito di un allenatore del settore giovanile? Far divertire i bambini. Fare in modo che si divertano imparando. Mi sembra una cosa talmente banale, ma mi sono accorto che non lo è ed è preoccupante. Paradossalmente, bisognerebbe investire di più sui tecnici, fare sì che siano preparati. Si può vincere anche un anno dopo, invece che subito e mai più.
La Roma che ha vinto il campionato Allievi era formata da giocatori che arrivavano al massimo al metro e ottanta. Una conferma del suo discorso? Certo. Quello che conta è avere le doti tecniche, se poi ci sono anche quelle fisiche va anche bene. Evidentemente quello della Roma era un gruppo così. In fondo il miglior giocatore del mondo non mi sembra abbia un gran fisico.
Però nessuno di quei ragazzi l’anno scorso è stato convocato in Nazionale. Evidentemente erano bravi, ma non sono stati considerati pronti, non lo so. Gli allenatori sono autonomi e comunque se fanno la scelta sbagliata ne pagano le conseguenze perché l’allenatore nella catena che forma una società è l’anello più debole quando le cose non vanno bene.
Due anni fa si è molto discusso del caso Petrucci, c’è chi ha parlato di scippo. Lei che ne dice? Non so cosa sia successo di preciso, ma che le società puntino a portarsi via i giocatori più forti, è una cosa comune. Bisogna però tutelare i ragazzi e su questo devono impegnarsi le società con delle norme che garantiscano i giovani. Devono intervenire anche le famiglie, che purtroppo quando s’accorgono di avere un ragazzo dotato pensano di aver risolto i loro problemi per le successive tre generazioni. Questo è un limite che bisogna superare e convincere le famiglie che arriva in serie A un ragazzo su 35mila. Se non sei fra questi, puoi comunque approfittare dei valori che sono in gioco nel calcio per essere un buon cittadino. Il rispetto per i compagni e per le regole, l’impegno e la lealtà sono cose che un ragazzo si porterà dietro nella vita, indipendentemente dal lavoro che poi andrà a fare.


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