Da Kuffour a Nonda, da Mancini a Taddei: la Roma e il “parametro zero” stile Adriano-Simplicio. Non sempre affari

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Adriano e Fabio Simplicio, i primi due acquisti per la Roma 2010/11 sono già messi in archivio. Investimento? Nulla, eccezion fatta dell’ingaggio annuale.
Parametro zero? Non lo conosco, direbbe Josè Mourinho. Abituato com’è a suggerire rinforzi a valanghe di milioni.
Già. Perché ci sono società come il Real Madrid di Florentino Perez o l’Inter di Massimo Moratti – e di conseguenza ciascuno degli allenatori che, nel corso degli anni, si sono succeduti su quelle panchine – che non hanno mai dovuto fare particolare attenzione agli spiccioli e, in fase di mercato, hanno potuto contare su disponibilità economiche importanti. Tuttavia, esistono anche club – sono la maggior parte, ovvio – a cui la lista della spesa non la faceva mica il tecnico o il dirigente. Troppo facile: per società come la Roma degli ultimi anni, a fare nomi e cognomi in corso di campagna acquisti è sempre stata la mano invisibile della cassiera.
Roba che, magari, la metti nell’orecchio di Tinto Brass – la pulce di cotanta cassiera – e in men che non si dica nasce la più interessante pellicola erotica degli ultimi anni. In realtà, neppure il regista de “La Chiave” sarebbe in grado di stimolare granchè la fantasia, se mai gli capitasse di fronte quella donnina invisibile che è la cassiera giallorossa per come ce l’immaginiamo (complice il reale stato del bilancio della società: notizia di oggi, l’ultimo rosso è di 1.6 milioni di euro): minuta, gracilina, fiacca, claudicante.
L’Inter e la Roma, si diceva.
Ovvero, due esempi tra loro agli antipodi di come si cerchi d’essere parte della fascia di vertice del calcio internazionale adottando politiche di rafforzamento tecnico e tattico differenti. Non si legga, in ciò, solo dilapidazione nerazzurra di un patrimonio inestimabile: non proprio. Se infatti – nei tempi più recenti – esiste società in grado di mostrare quanto il “parametro zero” sia ultra conveniente, è proprio quella di Moratti. Tre nomi su tutti: Julio Cesar, Esteban Cambiasso, Goran Pandev. Il denominatore comune? Arrivati a Milano senza che il club sborsasse una lira. Chi siano e cosa abbiano fatto (vinto) i tre calciatori citati, è risaputo fino a roderti il fegato. L’elemento di forte differenziazione, semmai, sta nel fatto che, mentre in casa del Biscione il “parametro zero” diventa opportunità ulteriore per mettere le mani su cartellini ghiotti, per Rosella Sensi e le strategie capitoline – sempre più negli ultimi tempi –  diventa necessità.
Julio Cesar, Esteban Cambiasso, Goran Pandev: si diceva dei tre parlando dell’Inter. Solo che, al trio arrivato gratis, vanno aggiunte spese folli e da capogiro che sono (tanto per citare un esempio) 1000 miliardi di lire (circa 500 milioni di euro) investiti da Moratti nel primo settennato di presidenza (1995-2002) per la bellezza di 88 giocatori acquistati. Nemmeno in seguito s’è messo un freno: semmai, a via Durini si è imparata la virtù della progettualità. Basta spendere senza criterio: non per niente, quando i nerazzurri hanno dato un senso a ciascuno degli assegni staccati, i risultati si sono cominciati a vedere. Anche a rendiconto: a chiusura del mercato 2009, la squadra con il maggior attivo è proprio l’Inter di Massimo Moratti, che ha rimpinguato le casse con circa 100 milioni di euro. A parametro zero, solo Goran Pandev – aggregato al gruppo Mourinho nel corso del mercato di riparazione. Si scrive solo, si legge – in realtà – “solo”: come a dire, scusate se è poco.
Non va disprezzato affatto, il rinforzo a “parametro zero”, anzi. Pare senza dubbio la maniera migliore per fare la squadra. A due condizioni, evidentemente. La prima, è che consenta di accedere a calciatori di comprovata affidabilità. La seconda, è che vi sia – a supporto – una dirigenza di altrettanta, certificata garanzia.
Parametro zero? Tanta manna, direbbe Rosella Sensi all’alba di ogni calciomercato.
La prassi – facoltà – delle società calcistiche di impossessarsi del cartellino di un calciatore a cui è scaduto il contratto nasce – in realtà – per tutelare il giocatore stesso che, mentre in precedenza aveva l’obbligo di rimanere legato alla propria squadra anche dopo la scadenza del legame (la cessione andava in ogni caso monetizzata), acquisisce alla metà degli anni Novanta il diritto (parificato a quello di tutti i lavoratori) di cambiare liberamente club allo scadere del vincolo contrattuale.
La conquista va attribuita all’azione di Jean-Marc Bosman, calciatore che militava nella massima serie belga: alla scadenza del contratto (1990) chiese di cambiare squadra e trasferirsi al Dunkerque, una società francese che non offrì al Liegi una contropartita ritenuta sufficiente. I belgi gli rifiutarono il trasferimento, abbassarono l’ingaggio di Bosman e lo misero fuori rosa. La reazione del calciatore fu immediata: processo di quasi 5 anni con sentenza emessa il 15 dicembre 1995. La Corte di Giustizia delle Comunità Europee stabilì che il sistema fino ad allora in piedi costituiva una restrizione alla libera circolazione dei lavoratori e ciò era proibito dall’articolo 39 del Trattato di Roma. Fu deciso che: tutti i calciatori dell’Unione Europea potevano trasferirsi gratuitamente – a fine contratto – da un club appartenente a una federazione calcistica dell’Unione Europea a un club appartenente a un’altra federazione calcistica dell’Unione Europea; diventa facoltà di un calciatore quella di firmare un pre contratto con un altro club se l’attuale ha una durata residua inferiore o uguale ai sei mesi.
Dunque, letto in chiave societaria, il parametro zero dà e toglie: da un lato permette di accedere al cartellino di calciatori svincolati e dall’altro – per ovvio rovescio della medaglia – mette nelle condizioni di perderli senza alcun guadagno.
In molti casi, tuttavia, l’affidamento a tale modalità di mercato è una scommessa che rischia di portare a grosse figuracce perché i talenti – quelli veri – difficilmente li si porta a scadenza.
In quindici anni di “parametro zero”, la Roma ha conosciuto momenti floridi e tempi di magra e non sempre l’approdo di giocatori senza alcun vincolo di contratto in essere s’è rivelato positivo.
Andando a ritroso, la bilancia, qualche volta, si è messa a pendere dall’altro lato.
L’ultimo esempio utile è quello dello scorso anno: nel corso del mercato 2009 – chiuso dalla società capitolina con saldo positivo di 18 milioni di euro in seguito alla cessione di Alberto Aquilani – l’investimento a parametro zero – cui si affidò la dirigenza per fare mercato nonostante l’impossibilità di spendere denaro – portò allo sbarco a Trigoria di Stefano Guberti, promettente esterno del Bari giunto nella Capitale  per fare il salto di qualità tanto atteso. Per lui tuttavia, pochi minuti giocati, scarsa gloria, tanto di passaggio in prestito alla Sampdoria a metà stagione e la misera soddisfazione griffata di giallo e di rosso della prima rete personale in Europa League nel 3-1 contro il Gent. Andando ancora più a ritroso, torna alla memoria l’esempio – stavolta positivo – di Eusebio Di Francesco. L’esterno, proveniente dal Piacenza, militò per quattro stagioni in riva al Tevere collezionando 101 presenze e 14 reti, impreziosite dalla conquista dello scudetto del 2000/2001.
Ancora: nell’estate del 2003 arrivò a Roma un altro laterale di centrocampo che ben poco aveva fatto vedere nella precedente esperienza al Venezia. Di lui, tuttavia, si parlava un gran bene e – anche stavolta – la scommessa fu azzeccata. Cinque stagioni, 123 presenze e ben 40 reti riconducibili al nome di Alessandro “Amantino” Mancini. Qualche anno dopo: 2005/2006, è la volta di Samuel Kuffour, svincolato dal Bayern Monaco e chiamato a colmare il vuoto lasciato dall’omonimo. Walter Samuel. Il ghanese mostra impegno ma serve a poco: finisce con l’essere accantonato da Luciano Spalletti, nel contempo illuminato dalle ottime prestazioni di Philippe Mexes. La sua esperienza si liquidò con 31 presenze, una rete e la cessione in prestito al Livorno. Nella stessa stagione i capitolini avevano bisogno di una punta di peso: dai francesi del Monaco arrivò Shabani Nonda, congolese classe 1977, che tradì le attese realizzando solo 4 reti in appena 16 presenze stagionali. Maggior fortuna, in quell’anno, ebbe invece Alexander Doni, portiere brasiliano che seppe pian piano conquistarsi fiducia e posto da titolare inamovibile.
Per il brasiliano, 133 presenze in cinque stagioni prima di assistere all’ascesa di saracinesca Julio Sergio. Senza dimenticare (tra l’altro, in scadenza di contratto quest’anno), la bella favola di Rodrigo Taddei: a Roma, anche l’ex senese, dal 2005 a costo zero è stato – in questi anni – fulcro e riferimento del gioco di Spalletti prima e Claudio Ranieri poi. 213 presenze in maglia giallorossa, per Taddei, corredate da 25 reti.
Parametro zero? Dipende, diremmo noi.
Certo, ti capitano sottomano due che rispondono al nome di Fabio Simplicio da Palermo e Adriano da Rio de Janeiro, magari già fai sogni grandi. Senza stare lì a pensarci più di tanto: che fare mente locale è un attimo. Ai tempi di Kouffur e Nonda – chi se lo scorda – il ritornello era sempre quello: in tempi di magra, in periodi in cui tocca fare di necessità virtù, piuttosto che niente è meglio piuttosto.
Vero è che ancora non ci si è liberati dalle vacche magre. Ma supportare la speranza con Nonda e Kouffur e farlo con Adriano e Simplicio, con tutto il rispetto per i primi due dei quattro, è francamente differente.
Sempre che – tra una settimana – non venga fuori dalla scatola il solito Moratti che ti sbatte in faccia Torres e Gerrard con scioltezza.
Che a quel punto ti metti solo l’anima in pace. E la linea sottile – tra “parametro zero” e “zeru tituli” – si assottiglia sempre di più.


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