Rizzitelli: “Il popolo romanista è una garanzia. Da sempre”

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 Da Il Romanista:

«Ai tempi in cui giocavo io, la gente riempiva gli spalti anche quando la squadra andava male». Si lascia andare ai ricordi, Ruggiero Rizzitelli, che sa bene come in tanti, oggi, preferiscano la televisione. «Ma allo stadio – aggiunge – la partita è tutta un’altra cosa. So che anche Francesco Totti ha detto di aspettarsi tantissima gente, ma io penso che, in occasioni come queste, per il popolo romanista ci vorrebbero addirittura più stadi. Siamo al rush finale, la gente è da tempo vicina alla squadra e, ora che ci si gioca il tutto per tutto, lo sarà ancora di più. So che saranno in tanti. Meglio, saremo in tanti. Perché, ogni volta che posso, faccio il possibile per seguire la squadra ».
A Bari, c’eri comunque tu in veste di commentatore televisivo.
«Ti correggo: c’eravamo. In tredicimila! E’ vero. E all’inizio me le facevano fare anche più spesso le partite della Roma. Poi, han detto che ero troppo di parte. E allora, oggi mi capita di seguirla sempre meno per lavoro».
Anche a Madrid c’eri.
«Credo che il tifoso debba stare in mezzo ai tifosi. Chi va in tribuna, spesso non paga nemmeno. E quasi sempre è colui che critica. Chi paga il biglietto, invece, è uno che ama la squadra. E la sostiene, sempre e comunque».
Ti è mai capitato di vedere la partita dalla curva?


«Sì. Il mio sogno è sempre stato poter andare nella Sud all’Olimpico. E un giorno mi hanno accontentato. Era un Roma-Inter, tanto per cambiare! Che ricordo ne ho? Quello di un bambino che va allo stadio per la prima volta. Ero talmente affascinato dai cori, dalle bandiere e dai tifosi, da non vedere nulla. Come loro. Ammiravo quelli che, spalle al campo, si davano da fare per organizzare i canti. E pensavo a quanta passione avessero dentro per rinunciare anche a seguire la partita. Lì, non si critica questo o quello. Esiste solo l’incitamento. Puro. È questa la cosa più bella».
Come vivi questo momento della stagione?
«Se dovessi scommettere, e non da tifoso, non esiterei a puntare sulla Roma. Da tifoso, però, guardo ai punti che la mia squadra ha perso e soprattutto contro chi, e faccio gli scongiuri pensando alle prossime gare con le “piccole”. Perché i campionati, ahimé, si perdono proprio con loro. Penso che le chance di Roma e Inter siano pari, 50 e 50».
Da attaccante, come valuti invece il trio Totti-Toni-Vucinic?
«Finché c’è spirito di sacrificio, può reggere. Lo sa Ranieri e lo sa la squadra. E’ importante che uno, a turno, rientri, altrimenti il tridente diventa improponibile. Anche perché non si creano gli spazi per l’inserimento dei centrocampisti. Vucinic deve giocare come fa adesso, da esterno, che è dove si trova meglio, con Francesco nel vecchio ruolo di trequartista».
Nella memoria un paio di Roma-Atalanta, sempre con un tuo gol al 90’. In un caso valse il 2-1, nel ‘90/91, nell’altro il 2-2, due anni dopo.
«Ricordo quella vittoria, quando anche il primo gol sarebbe stato mio, senza l’attribuzione come autorete a Bonacina. Quel giorno non c’era Voeller e io giocai da centravanti. Anche nel 2-2 segnai  allo scadere e presero a chiamarmi il giocatore della “Cesarini”».
Il pubblico può davvero essere il dodicesimo in campo?
«Quello di Roma è fantastico proprio per questo.Contro l’Atalanta a Roma non deve aver fretta, pensando di vincere facile, perché ci può stare anche la partita storta. Deve invece avere la pazienza di chi sa di essere più forte e che, come a Bari, può portare a casa i tre punti. Perché ora conta solo vincere».


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