Mexes-Vucinic se il City paga in oro ma Roma attende l’arbitrato (e il bavaglio di Ruperto)

di A.B. Commenta


Nel giorno dei Mondiali 2010, il pianeta pare avere occhi solo per il Sud Africa mentre lo sguardo dei giallorossi – tifosi, dirigenza, calciatori – si è focalizzato in Inghilterra. Il calciomercato, le casse de club, le lusinghe neppure troppo velate del ManCity di Mancini: francamente, qualche timore comincia a venire. Perché Mexes, perché Vucinic.
Se pervenisse l’offerta opportuna, la Roma barcollerebbe. A cuor più leggero nel caso del francese – Nicolas Burdisso tutto capitolino, oramai, è solo questione di accordo tra club – con parecchi mal di pancia, rispetto al montenegrino. Il 9 giallorosso è la seconda scelta per rendere stellare l’attacco dei Citizens: in ordine di gradimento, sta appena dietro Zlatan Ibrahimovic. Sfuggisse lo svedese, gli sceicchi – su indicazione del Mancio – sarebbero pronti a mettere sul piatto 35 milioni di euro. Ovvero, gli stessi soldi che basterebbero a pagare i cartellini di Milito, Eto’o o Maicon (uno dei tre, si mormora in casa nerazzurra, partirà con certezza: Benitez ha acconsentito). Potrebbero in tal senso sviare le dichiarazioni di incedibilità formulate – più per l’attaccante che per il centrale – dalla dirigenza giallorossa in diverse circostanze; potrebbe anche portare fuori strada il rifiuto categorico di trattare con chiunque – e a qualunque prezzo – il cartellino di Daniele De Rossi. Casi differenti, lo insegna la piazza.
Ci sono gli intoccabili (Capitan Futuro), e poi ci sono gli affari.
A conti fatti, per il club capitolino, far crescere il gruzzolo in maniera significativa vuol dire  prendere in considerazione le cessioni di due tesserati: uno è Mexes, uno è Vucinic. Sul transalpino l’etichetta dice 10-12 milioni. Di Vucinic abbiamo già detto: oltre i 30 milioni se ne può parlare. Ancora: monetizzare – meno ma “quanto basta” – vorrebbe dire mettere sul mercato Alexander Doni (la cui partenza, a questo punto, è scontata: occorre solo capire per dove), Matteo Brighi (il Genoa sta alla finestra ma quello spiraglio, Preziosi, lo ha già reso un varco attraverso cui passerebbe mezzo elefante), Julio Baptista (acquirenti ce ne sarebbe – Spagna, Inghilterra – ma occorrerà anche in questo caso, come in quello di Doni, attendere la fine della Coppa del Mondo).

La solfa è la stessa di sempre: ha senso vendere? E, nel caso, si farebbe cassa o si metterebbe da parte? Adriano e Fabio Simplicio, per ora, hanno contribuito a tenere alto l’umore del tifo (entrambi parametro zero): nomi graditi a Claudio Ranieri che, a quanto pare, di voce in capitolo ne ha, eccome. Senza il placet del testaccino – pare di intendere – Mexes non partirà. A meno che – fatti due conti economici e statistici (il minutaggio) – non sia lo stesso difensore ad accettare il trasferimento. Di contro, difficile pensare che il tecnico della Roma possa e voglia privarsi di Vucinic: in quel caso, tuttavia, peserà in maniera significativa l’entità della valutazione. Il mercato della Roma è in fermento: già cominciato ma – di sicuro – non ancora concluso. Potrebbe servire – con la partenza di Doni – un portiere che dia garanzie qualora Julio Sergio sia costretto al forfait. Lobont sembra aver superato l’esame: Curci e Sorrentino restano in stand by.
La retroguardia è da sistemare:
Mexes e Burdisso a parte, non possono bastare il rinnovo annuale di Cassetti e l’affidabilità di John Arne Riise. Max Tonetto e Marco Motta sono oramai con le valigie in mano (con la speranza che, alla Juventus, l’ex Udinese non metta mezza Roma nelle condizioni di mangiarsi le mani), si seguono più piste ma ancora poche certezze (Isla? Maggio? Bellini?) Il centrocampo sembra il reparto messo meglio: Taddei ha rinnovato, Perrotta no problem, De Rossi legato al fianco di Pizarro, Simplicio in entrata, volendo Menez, volendo Cerci e volendo pure Brighi. Se non si vende non si compra: in tal caso, se non si vendesse non sarebbe malvagio. Poi l’attacco. Adriano è il colpo dell’estate, dovesse arrivare qualcuno sarebbe un nome di seconda fascia (Sculli? Floro Flores?) a meno che.
A meno che Vucinic. A meno che il ManCity.
Poi, ovvio, capita che si tenti di tirare le fila ma ci si rende conto che ogni somma è preclusa almeno fino al 23 giugno. Perché ce lo si dimentica troppo in fretta – a rincorrere i minuti in giallorosso di Adriano, a mettersi nei panni degli impettiti del Quark Hotel dove si fa mercato con gli stessi virtuosismi con cui a piazza Affari si fa Borsa – ma il conto alla rovescia – da qui all’arbitrato Unicredit vs. Italpetroli – è sempre meno lungo. Lì, si vedrà.
Architettano tra loro i legali: si stanno parlando? che si dicono? Non è dato saperlo: almeno finchè saranno di nuovo fianco a fianco. Di fronte a Cesare Ruperto.
Presidente del Collegio Arbitrale. Sommo garante in grado chiudere ogni querelle e valutare a chi mettere un bavaglio alla bocca. Se a Italpetroli, se a Unicredit, se a entrambi.
In tempi nei quali a essere imbavagliata è l’informazione tutta – la magistratura in parallelo –  sarebbe un caso più unico che raro di bavaglio figlio del circuito democratico (senza il quale, di Calciopoli nessuno avrebbe saputo nulla).


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