Presidenti: Igino Betti, un “amante della Roma”

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 UN CONTE A TESTACCIO – In una giornata dell’autunno del 1935 a Roma soffiò un’aria di cambiamento. Anzi, di stabilità. Perché dopo la presidenza Sacerdoti e il breve interregno di Scialoja l’A.S. Roma si compattò al timone. Nel novembre del 1935 non essendoci più nessuno alla presidenza della società, Igino Betti prese le redini della Roma come quarto presidente della breve storia del club giallo oro e rosso porpora. Dopo i colpi ad effetto dell’era Sacerdoti e dopo la breve apparizione di Scialoja il periodo di Betti (6 anni al comando, dal 1935 al 1941) fu caratterizzato da grandi speranze e progetti che andarono lentamente sfumando. Il Conte aveva avvertito pesanti disagi di pianificazione, ma nonostante questo non aveva abbandonato le sorti della Roma; lui di sangue nobile in quell’ambiente molto disordinato non depose la corona. Giorno dopo giorno si appassionò ai colori della squadra e con determinazione e rigorosità rinnovò le energie del club, d’animo e di risorse economiche. Senza raccogliere tanti successi nei suoi prima anni di presidenza, la sua Roma colse nel 1938/39 un quinto posto, ma seppe mettere le mani sul tricolore. Fu, infatti, lui ad avere la grande intuizione di portare nella Capitale Alfred Schaffer, un allenatore sconosciuto nell’ambiente italiano che guidò la squadra capitolina al suo primo storico trionfo nel 1942. Il Conte prese la Roma che non esisteva e la lasciò che vinse lo scudetto. Ma sul gradino più alto dirigenziale c’era Edgardo Bazzini, che si trovò a vincere il primo titolo con una formazione costruita da Betti. Ma questa è un’altra storia.
LA FONDAZIONE IGINO BETTI – Per capire meglio chi fu Igino Betti bisogna partire dalla fine. Il Conte nel 1957 fondò la Fondazione che porta il suo nome per amministrare che i fitti del suo immobile andassero a beneficio di chi ne aveva veramente merito. Nel 1959 fu legalmente riconosciuta con decreto del Presidente della Repubblica. L’Ente Morale gestisce le entrate derivanti dalla locazione di appartamenti dell’immobiliare (sito in Via Paraguay ai Parioli) e li dona per delle borse di studio ai ragazzi meritevoli. “Il Presidente (la figlia d’Igino Betti) e tutto il Consiglio non percepisce compensi, né come gettoni di presenza né stipendi od onorari. Tutto quello che percepiamo dagli affitti lo rigiriamo alle borse di studio” conferma l’Avvocato Francesco Zerbi, Consigliere della Fondazione e genero d’Igino Betti. “Adesso stiamo collaborando con l’Unicef in Africa e con tutte le associazioni di volontariato e di beneficenza. Abbiamo definito 80 borse di studio lo scorso anno, una di 5 mila euro ad una dottoressa che stava facendo una ricerca sul cuore degli anziani. Abbiamo dato 7 borse di studio ad altrettante infermiere che andavano in Perù ad insegnare alle popolazioni più disastrate”. La Fondazione, voluta da Igino Betti, ha un principio semplice ma di gran valore: “Chi ha la fortuna di avere, deve avere l’orgoglio e il dovere di aiutare gli altri a migliorarsi e a migliorare la società”.
Il Conte morì nel 1971 all’età di 79 anni.
IL COSTRUTTORE DI SOGNI – Ma chi era Betti, l’uomo? A raccontarci meglio chi è stato il Quarto Presidente giallorosso è l’Avvocato Francesco Zerbi, genero d’Igino Betti. “Era un costruttore con ampie possibilità economiche. Già nel 1933 aveva regalato al Museo delle Terme 1351 pezzi archeologici – tra bronzi, vasi, gioielli e marmi – facendo una donazione notarile. Negli stessi anni donò al suo paese natio, Monte Rotondo, un ospedale ed un fabbricato per gli invalidi”. Sportivo d’indole ed eroe per fama, era un pilota dell’aviazione italiana ed uno dei primi istruttori durante la Prima Guerra Mondiale. “Entrato nell’arma come Sottotenente ebbe una promozione a Capitano proprio per la bravura con la quale addestrava i piloti (tra cui Fiorello La Guardia, successivo sindaco di New York n.d.r.), e per la quantità di piloti che riusciva a sfornare. Aveva una gran passione per lo sport e per i colori giallorossi ed essendo uno sportivo entusiasta, riuscì a portare la Roma, la sua squadra, a combattere contro le formazioni del nord”.
Igino Betti, il conte costruttore con ampie possibilità economiche, era legato a Roma e alla Roma. “Testaccio lo mise a posto lui, lo sistemò. Silvio Sensi (nonno di Rosella, attuale Presidente n.d.r.) costruì il Campo con le tribune in legno e Betti, negli anni, lo risistemò – ricorda l’avvocato, consigliere d’Amministrazione della Fondazione Igino Betti – . Seguiva moltissimo la squadra, sempre, in casa ed in trasferta. Era uno che ci teneva e progettava per far crescere la sua squadra. Progettò anche lo scudetto, solamente che, quando arrivò il 1941, abdicò e la squadra che lui lasciò vinse lo Scudetto. Un abbandono per stanchezza, per motivi “superiori” per cause non dovute alla sua volontà. Lasciò per ragioni di guerra perché altrimenti non l’avrebbe mai abbandonata la Roma”. Quello era un periodo nero della storia italiana.
L’AMORE ETERNO PER ROMABetti gestì la Roma sempre con parsimonia, anche nel primo periodo di guerra. Dopo il suo abbandono continuò a seguire le sorti della squadra, come ricorda il genero: “Era appassionato, anche dopo il suo ritiro. Mi ricordo che quando Evangelisti trasformò la squadra da associazione a società e mi disse “devi portarmi la valigia che ha tuo suocero”. La valigia era piena di tessere vitalizie perché quando Betti tirava fuori dei soldi, lo faceva di tasca sua. Non se li faceva ridare dalla società ma si faceva pagare in tessere, tante da riempire una valigia. Soldi donati al club per l’amore che lo legava a Roma. Ha sempre seguito la squadra, anche dall’esterno quando non era più alla dirigenza, ed è rimasto sempre amico dei Presidenti successivi. Mi ricordo che mi trovavo a fare il tifo allo Stadio, quando andavo con lui a veder le partite, a me entusiasmava qualsiasi bell’azione e lui mi dava i pugni sulla testa perché dovevo partecipare solo alle azioni della Roma”.
Seguiva le sorti della squadra anche dopo il suo abbandono, ma non ha mai pensato di tornare con un ruolo dirigenziale in società negli anni futuri: “Non voleva dare fastidio a nessuno, o le faceva lui le cose o non le faceva proprio. Era un imprenditore, anche con noi in casa, ci diceva lui cosa dovevamo fare, programmava tutto lui. Non si ritirava mai davanti alle sue responsabilità – continua l’avvocato Zerbi – , era molto schivo ma sempre presente. Amava Roma e la Roma sopra ogni altra cosa”.
E’ stato uno sportivo ed un amante della Roma, allora qual’è il motivo del suo abbandono? “Lui l’ha lasciata controvoglia, perché l’ha dovuta lasciare. E non la vendette, ma la donò a Edgardo Bazzini. Diede tanti soldi alla società senza mai riprenderli. Ha ricostruito la Roma e l’ha resa grande. Da Campo Testaccio alla squadra”.
Nell’estate del 1939, infatti, acquistò la stella del River Plate Minella, generando aspettative altissime nei tifosi. Successivamente tesserò gli oriundi Campilongo, Provvidente (soprannominato Provolone), Spitale e Pantò. Quest’ultimo una punta di manovra elegante dotato di un ottimo tiro. Quella squadra, progettata da Betti, l’anno successivo portò il primo, storico, scudetto a Roma.
“Gli acquisti che faceva li faceva con i soldi suoi. Vedeva i giocatori, sapeva sceglierli, si fidava e teneva molto al rapporto con gli allenatori. Voleva che gli uomini scelti da lui rispondessero alle esigenze della squadra, li seguiva. Altrimenti li metteva fuori senza nessuna pietà. Il rapporto con i giocatori era ottimo, li coccolava, ma con rigidità, voleva ed esigeva il massimo. Non per lui, ma per la Roma. Li portava a fare gite, a Monte Rotondo nella sua bellissima tenuta a fare le carciofolate. Viveva con la squadra. Aveva portato le sue qualità imprenditoriali nella sua passione sportiva e univa le due cose insieme per raggiungere risultati importanti. Tutto quello che faceva lo voleva fare al meglio. Era molto determinato ma come in tutte le sue cose lui programmava, non amava improvvisare. La Roma, per esempio, la prese distrutta e la organizzò, la programmò fino allo scudetto”. Che arrivò nel 1942. Qualche mese dopo la rinuncia di Betti. Ma questa è un’altra storia.
Marco Visco


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