Ranieri: perbene, vincente. Non ha il 10 di Totti, non vale 50mln ma è vanto per tutta Roma

di Redazione 1


 Un uomo perbene. Guardi Claudio Ranieri da Roma (Testaccio) e lo pensi dopo che hai fatto la conta da uno a tre. Prima ancora di qualunque altra riflessione. Immediato: sensazione a pelle, lo sguardo, i lineamenti di un viso che spesso è tirato ma – anche nei casi in cui s’acciglia – non perde mai la capacità di trasmettere il sole. Pacato, riflessivo, cordiale, incline all’ottimismo per vocazione. La gentilezza dei modi, la grazia dei movimenti: aiuta la fisionomia, eccome. Ricordo di aver pensato questo quando, il 2 settembre dello scorso anno, la società giallorossa decise di mettergli in mano una Roma che pareva da rottamare. Di più: credevo alla beffa di un allenatore – non l’uomo, certo, che la sorte del testaccino dal punto di vista personale, in mezzo a un mondo che regala ogni secondo “casi umani” verso cui ci si trova a provare compassione,  non potrà mai rientrare tra i casi della “sventura” per antonomasia – che, romano e romanista, si trovava nuovamente a dover fare i conti con una Fortuna poco incline. Prendere sulle spalle la squadra capitolina proprio quando sembrava il più bel fiore in fase di appassimento. Perché, a conti fatti, tutto può essere detto del Ranieri professionista meno che il destino gli sia stato favorevole.
TITOLI E BACHECHE. Un vincente sul campo, dicono i numeri, salvo poi rendersi conto che i trofei del cinquantottenne sono titoli onorifici e simbolici che in bacheca non ci finiscono mai: perché, come la metti metti, nessun club annovera tra i trionfi stagionali una salvezza conseguita miracolosamente, un promozione da categorie minori, la permanenza in serie A. Ecco, le vittorie di Ranieri hanno avuto – nell’arco di una carriera trentennale – il gusto del pane carasau sardo quando con il Cagliari ha vinto la Coppa Italia di serie C; il sapore della mozzarella di bufala campana quando ha portato il Napoli in Coppa Uefa; l’odore delle bistecche fiorentine nel momento in cui s’è trattato di riportare nella massima serie una Fiorentina reduce da retrocessioni a tavolino e di aggiudicarsi – l’anno dopo – la Coppa Italia; il profumo della paella valenciana allorchè – nel 1999 – nella città spagnola Ranieri si aggiudicò la Coppa del Re; il solletico del fumo londinese nell’istante in cui – alla guida di un Chelsea che cominciava ad affacciarsi al palcoscenico che conta – portò i Blues a sfiorare lo scudetto in Premier League e la finale di Champions League; la corposità dei tortelli emiliani l’anno che – 2007 – raggiunse con il Parma una salvezza che venne definita allora “miracolosa”; i colori sbiaditi della grigia Torino in tempi recenti che, con la società bianconera in pieno sbando, con Ranieri è tornata a vedere il mondo a coriandoli grazie alla conquista della Juventus di un posto in Champions League.
 BUONA SORTE, MALA SORTE. La Fortuna, si diceva. Già, perché per un difensore discreto che ha fatto tutta la trafila da calciatore nelle giovanili della Roma, la grande opportunità – a conti fatti – non è mai arrivata. Nemmeno quando le squadre allenate avevano il nome di Chelsea, Juventus: club di prestigio, certo, ma che il testaccino ha guidato in tempi di magra (i bianconeri) o agli albori di una grandezza prossima (i Blues). Molto spesso, senza neppure la possibilità di intervenire in maniera diretta sulla campagna acquisti.
Eppure, nonostante manchi nel palmares del tecnico giallorosso un Signor trofeo – penso al campionato, alla Champions – Ranieri – per quanto detto – non ha bisogno di mostrare a nessuno d’essere uno che sa vincere.
E con tali premesse che – a corollario della seconda di campionato della stagione appena conclusa – Claudio Ranieri ha realizzato l’ennesimo sogno. Allenare la sua Roma. A tal punto sua che – l’ha pensato, l’ha pensato – chissenefrega della classifica, dei presupposti, delle preveggenze.
Archiviata la lunga, intensa, felice parentesi griffata Luciano Spalletti s’è spalancata l’era dell’Imperatore Claudio. Diverso dal toscano, più accorto, meno spregiudicato dal punto di vista tattico ma – e in questo Roma e la Roma proseguono una tradizione felice – encomiabile come quello sotto il profilo caratteriale, umano. Squisitamente – Claudio Ranieri – amabile. Una persona per bene che ha mostrato quanto non serva essere tracotanti al pari di Josè Mourinho per riuscire a essere vincenti.
Perché, vero è che il portoghese ha vinto parecchio; vero è che l’ultimo scudetto giallorosso lo conquista un certo Fabio Capello che pare un robot a cui manca l’input di mostrare sentimenti e sorrisi. Ma è altrettanto vero che Mourinho, attorno, ha avuto corazzate costruite a suon di milioni; e che don Fabio, nell’anno dello scudetto, giocava con – davanti – un certo Batistuta pagato 70 miliardi.
 UNO PERBENE. Ranieri no: le squadre e i risultati li fa e li ha fatti pure se c’era da mettere titolari le terze scelte degli altri (valga l’esempio di Burdisso per tutti). Allora, fai la conta da uno a tre e pensi che Ranieri è una persona perbene. Ma poi vai avanti a contare. Cinque, dieci, trenta, settantaquattro. Nel frattempo, ti accorgi di quanto – quell’impressione fugace – diventi una compagnia costante e si vada a implementare di ulteriori considerazioni. Su tutte, emerge la forza di Ranieri. Una capacità squisitamente individuale di trasmettere sicurezza; una caratteristica spiccatamente professionale di sapersi porre a riferimento di una squadra.
Ha bisogno di schierarsi contro il mondo circostante, Mourinho, per compattare il gruppo. E’ più facile, così. Magari ti stressi maggiormente, ma il risultato lo ottieni prima.
ARMONIE. Invece, Ranieri no. Lui agglomera, amalgama, mette armonia senza la necessità di trovare il nemico. Lo ha fatto a Roma:  che, in fin dei conti, è vero che sono serviti i risultati (arrivati puntualmente; il vincente, si diceva), ma se a un certo punto la squadra e la tifoseria sono andate di pari passo con la società, il merito lo si dia pure per la maggior percentuale al testaccino. E, con lui in panchina, sembra quantomeno improbabile che si torni a vivere l’amaro epilogo delle contestazioni. Primo: perchè Ranieri identifica la Roma e Roma con la stessa dignità di un cittadino della Capitale, di un tifoso giallorosso.
Secondo: per il fatto, altrettanto importante, che Claudio Ranieri procede in simbiosi con la dirigenza. E viceversa. E’ successo anche con Luciano Spalletti – tempo fa – di vivere un percorso simile: Roma s’è infiammata proprio quando allenatore e dirigenza incrinarono i rapporti. Ovvero, il tifo ha agito – in maniera legittima – in conseguenza dello sfascio evidente che si stava consumando in società.
TRICOLORE. A conti fatti, avrebbe vinto lo scudetto degli allenatori. Ranieri. 80 punti tutti lui, due in più del secondo (che ha vinto il tricolore). Era la premessa: i titoli che non finiscono in bacheca nessuno riesce a vederli. Allora sembra che…
La Fortuna, si diceva anche. Ci si è messi a fare i conti, a fine campionato, per capire se il testaccino avesse o meno giovato dei servigi della buona sorte. Vai a guardare l’episodio, la decisione dell’arbitro di turno, i pali, le traverse. Fesserie.
 IL SOGNO DELLA NAZIONALE. Altro che il destino amico: mi ci sono messo, nei panni di Ranieri, qualche giorno fa. Quando si parlava di lui quale successore naturale di Marcello Lippi alla guida  della Nazionale italiana. Ovvero, il Traguardo. Per chiunque, di mestiere, faccia l’allenatore.
Ebbene: ma dove sta la Fortuna se a uno gli capita una proposta del genere proprio quando ha appena cominciato un percorso che si annuncia duraturo con la squadra di cui – da piccolo – andava a vedere le partite. La stessa società della quale – quando stava in Spagna, in Inghilterra – alla domenica pomeriggio, appena dopo la partita del caso, chiedeva il risultato.
UN SOGNO PIU’ GRANDE. Ranieri ha scelto Roma. La Roma. I colori giallorossi. Perché capita il caso più unico che raro che uno che fa il Ct possa anche permettersi di dire che esiste un sogno più grande di quello d’essere il tecnico dell’Italia.
E questa perla in mezzo al mare che è Claudio Ranieri, occorre pure che Roma e la Roma se lo sappiano tenere stretto. Perché oltre a essere il futuro del calcio capitolino, il te staccino è anche uno degli spot più belli fatti alla città intera.
La chiosa è su quello che ho pensato qualche settimana fa.
“Totti è il figlio che tutti vorrebbero avere”, disse Ranieri del Capitano qualche minuto dopo il triplice fischio di Roma-Inter. Dopo l’episodio tra il 10 e Balotelli. Io, in quell’occasione, ho sottoscritto, ma ho pure pensato che – forse – è altrettanto vero che Claudio Ranieri è anche l’emblema del padre con cui tanti avrebbero meritato di crescere e che – ancora la sorte, malasorte – non gli è capitato in destino.
Fai la conta da uno a tre e pensi che Ranieri è un uomo perbene. Poi vai avanti a contare. E capisci che è un vincente. Ma quelli che hanno la costanza di non fermarsi al settantatre, al settantaquattro capiscono benissimo che il te staccino – che ha fatto la trafila da calciatore nelle giovanili della Roma – è un vanto per tutta la Capitale. Anche senza avere il 10 sulle spalle, anche se il Real Madrid non offre 50 milioni di euro per averlo.
Semplicemente, perché sui sorrisi di Ranieri ci sta scolpita una città intera.


Commenti (1)

  1. Grande Roma, Grande Francesco Totti! AS Roma por Siempre.

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