Lazio-Inter è finita. Lo sport, per una volta, non è pervenuto in quel dell’olimpico. Ha vinto la strana sorte di un calendario che ha associato – ahinoi – alla terzultima di campionato, due squadre che avevano lo stesso interesse. Lasciare che vincessero i nerazzurri. Così è stato: un assedio interista salutato da ovazioni del pubblico laziale. Due reti – Samuel e Thiago Motta – accolte nel tripudio biancoceleste. Ci sta, per carità. E’ campanilismo viscerale, acceso, più importante di quanto non lo sia l’intera stagione agonistica. Ci sta, per carità, che la Lazio e la curva Nord trionfino per aver allontanato – ancora di più – lo scudetto dalla Capitale. Sponda giallorossa. Però. Una sola riflessione: quanto è monarchica una rivalità a tal punto spoporzionata per cui di Francesco Totti e dei suoi pollici versi s’è parlato fino a determinare un’ammenda che solo per fortuna non s’è tramutata in squalifica – come avrebbero voluto più e più campane – e di questa piccola – nel senso di squalificante – farsa si parlerà poco o niente? Non ci saranno sanzioni ma – almeno moralmente – è come se ci fossero. Accettiamo in silenzio. Ma – una volta di più – viene da dirlo. Roma, nel senso di squadra del mio cuore, non dimenticare mai la partita di stasera…