Juventus-Roma, Aquilani: “Mi batte il cuore. Se segno? Come faccio a esultare…”

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Da Il Romanista:

Non è andato via da Roma il 21 agosto 2009. No. Alberto Aquilani se n’è andato qualche mese prima: era l’11 marzo. La notte dei sogni spediti in cielo. Quelli di Champions, calciati sopra la traversa da un rigore di Tonetto, ma pure quelli del Principino di Montesacro, spediti a Liverpool da fredde esigenze di bilancio che col cuore non hanno nulla a che fare. Da quella sera, da quel rigore segnato nonostante una caviglia a pezzi, Alberto Aquilani non ha più incrociato i colori giallorossi, se non in qualche partita vista da casa davanti al televisore o, magari, nei racconti via sms o Internet di qualche ex compagno di squadra. Come De Rossi, tanto per fare un esempio: l’amico di sempre, il compagno delle giovanili, dell’esordio in Serie A nel maggio del 2003, dei gol in Nazionale, dove probabilmente si ritroveranno tra qualche giorno.

Lì saranno uno a fianco all’altro, domani invece saranno uno di fronte all’altro. Già, domani. Ancora 24 ore e poi Alberto Aquilani giocherà contro la Roma. All’Olimpico, ma non quello che per anni è stato casa sua, quell’altro. Quello di Torino, che lo è invece da qualche mese, da quando un’intuizione di Beppe Marotta, avallata da Delneri, l’ha portato alla Juventus in prestito prima e, c’è da giurarci, a titolo definitivo, a fine stagione. È un bene per lui che la sua prima volta contro la Roma non sia qui, ma lì. «Già – ha confessato agli amici in questi giorni – mi batte il cuore così, figuriamoci se fosse stato a Roma. Se segno – ha promesso – non esulto». Non se ne sarebbe mai andato, ma quando la società gli ha comunicato l’intenzione di venderlo non ha detto no. «L’ho fatto per amore della Roma», ha spiegato mille volte con gli occhi malinconici di chi sa che indietro non si può tornare. Se potesse, forse, lui lo farebbe e rivivrebbe due giornate. Anzi, due partite. Catania- Roma, quella del 2008 e dello scudetto sfumato nel secondo tempo, e, appunto, quel Roma-Arsenal che lui ha voluto giocare a tutti costi. A Liverpool gli hanno detto che è stato un incosciente a farlo, a Torino non ne hanno voluto sapere e gli hanno dato fiducia dal primo giorno. Fiducia ripagata, per ora, con un gol, e tante buone prestazioni che non sono sfuggite a Prandelli. Lui lo sa, è sereno «finalmente», si sente di nuovo un calciatore importante, che era poi la cosa che gli è mancata di più da quell’11 marzo del 2009. Da quando, pur di dimostrare che la Roma era la cosa più importante, ha rischiato di rimetterci la carriera. Alberto non lo racconterà mai, ma basta chiedere a chi l’ha operato per averne conferma. Perché ci sono fasi, o amori, che non si superano mai. Pure se adesso indossi una delle maglie peggiori d’Italia. Quello è lavoro, il cuore è un’altra cosa.


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