Verdone: “Io, loro e Lara”. E la Roma

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 Carlo Verdone, in occasione del debutto del film “Io, loro e Lara”, nelle sale dal 5 gennaio prossimo, ha parlato della sua ultima fatica cinematografica, di Roma e della sua passione per i colori giallorossi: «L’amore per questa squadra nasce come per tutti i bambini, sui banchi di scuola delle elementari, con la raccolta delle figurine, quando si faceva la raccolta delle figurine Panini. Poi naturalmente diventi della squadra per cui tifa la maggior parte dei bambini. C’erano molti romanisti e mi fecero diventare romanista i ragazzini che ci tenevano molto a compilare sull’album Panini la squadra della Roma, che disegnavano sul quaderno il gol della Roma. All’epoca non si vedevano le partite su Sky, continuamente, in duretta e differita. Non c’era diretta gol. Facevano vedere di sera un tempo di una partita. Ci si ricordava il gol e lo si rifaceva sul quaderno. Poi chiaramente la prima volta che vai allo stadio e già avevi una simpatia è fatta. Diventi romanista perché qualcuno ti ha portato in Curva Sud a vedere la partita. Poi dipende anche dal quartiere, dagli amici. Se è giallorosso è più facile diventare della Roma, se è biancoceleste è più facile diventare della Lazio. Si decide così, a livello di quartiere, di amici». A breve uscirà nelle sale il suo nuovo film, “Io, loro e Lara”, Verdone, in una intervista a Romanews.eu, da una piccola anticipazione:  «Interpreto il ruolo di un prete di oggi. Un prete moderno, che vive dall’interno i problemi di una società “occidentale” rappresentata da quella che nel film è la mia famiglia, una famiglia in completo dissesto. Mi sembrava un’idea interessante, soprattutto se il prete in questione è un missionario che torna dall’Africa pieno di problemi, in crisi di fede e d’identità. Insomma, è un uomo in crisi. Riceve il consiglio di tornare a casa dove i suoi familiari saranno ben lieti di sapere in questi dieci anni cosa ha combinato e parlare con lui dei suoi problemi. In realtà trova una famiglia a cui non frega assolutamente niente, non gli fanno mezza domanda sulla sua esperienza Africana, Si stanno sbranando per una casa, c’è una guerra in atto tra fratelli contro il padre che si è sposato una badante. C’è l’ingresso di Laura Chiatti – una sorpresa – che come una scheggia impazzita andrà a complicare tutta la situazione di questa famiglia. Questa famiglia è rappresentata nel film come un dissesto occidentale, dove il fratello è cocainomane, la sorella è una psicologa che avrebbe bisogno di un neurologo lei stessa, mia nipote (nel film, ovviamente, ndr) è diventata un’Emo (moda dei giovani che parte da un sottogenere musicale del punk-rock, ndr), mio padre ha dato fuori di testa perché vedovo e si è sposato una badante…Trovo una famiglia che si sta scannando con il problema in più della Chiatti, quando a un certo punto ci sarà una coabitazione forzata con lei che rivendica delle cose…Alla fine diventa un macello per questo prete, che sembra un pugile all’angolo che prende cazzotti da tutte le parti. Attraverso questo impianto sono riuscito in qualche modo a rappresentare la figura del sacerdote in maniera molto umana, molto vera. Non una figura stereotipata, sul pulpito, come quelli che ho fatto io o che vediamo negli sceneggiati. Un uomo normale, dotato di gran buon senso e di una pazienza infinita, che viene risucchiato, ora dall’uno, ora dall’altro, in problemi terribili, anche ridicoli, patetici per un uomo che sta soffrendo. La risata scatta per la difficoltà continua in cui viene messo questo, che vorrebbe parlare dei problemi suoi e invece viene messo in situazioni veramente catastrofiche, surreali». L’attore romano è poi tornato a parlare di calcio e della vittoria nel derby del sua Roma: «Un derby diverso, hanno giocato entrambe le squadre abbastanza male. Una brutta partita. Una partita in cui a un certo punto ci è andata bene perché abbiamo preso i tre punti. Ma se devo dire che è stato un derby che mi ha dato dei patemi d’animo, francamente no. Perché le due squadre stanno faticando tutte e due a livello societario, c’è un po’ di confusione. Abbiamo avuto delle partenze un po’ così. Il gioco è quello che è. Non è stato il derby cinque-sei anni fa. È stato un derby in tono minore dove, fortunatamente per noi, un episodio, la velocità di esecuzione di un terzino, alla fine l’ha messa dentro. Ma non l’ho vissuto come i vecchi derby, no. Anche perché il calcio in Italia, in facendo il paragone con il calcio che vedo in Bundesliga, ma soprattutto in Premier League e nel campionato Spagnolo francamente è tutta un’altra cosa. Certe volte crediamo di vedere uno sport totalmente diverso. Atleticamente non siamo a posto. È un calcio vecchio quello italiano. Ecco perché ero tornato a parlare di Zeman, che mi dispiaceva molto. Ci sono tanti bravi allenatori giovani. Ma poi se non c’è esperienza vedi che succede? Gli vanno bene sei partite poi ne perdono quattro di fila». Carlo Verdone conclude l’intervista svelando di non aver mai pensato di interpretare un personaggio tifoso: “Mi è bastato e avanzato quell’accenno di Ivano e Jessica quando lui monta nel più bell’hotel di Firenze, ha di fronte a lui tutte le cose più belle del mondo, il campanile di Giotto, Piazza della Signoria, lui volta le spalle e vuole individuare lo stadio. Secondo me con quella frase ho già detto tutto. Poi con quel finale, con lei che va a dormire e già il loro matrimonio già stanco, e lui fa i tiri contro il caminetto, fa i calci di rigore, che è di uno squallore senza limite, ho già raccontato tutto».


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