Lazio-Inter 0-2. La curva Nord esulta. Quella interista? Sì, anche e in seconda battuta. I primi a esultare sono quelli della Lazio.
Nel nome di una rivalità storica, abbiamo sempre inteso la Lazio come l’altra squadra di Roma. Quella superflua. In ogni istante. Tenendo fede, ovvio, a un principio imprescindibile. Sancito dalle regole dello sport. Quello per cui, un tifoso, non abbandona mai i propri colori. C’è la Roma, la Lazio è come non esistesse. Sinonimo di appartenenza ancor prima che legame e affetto verso questo o quel giocatore. “Si lascia la moglie, mai la squadra“. Un credo quasi dogmatico che fa parte del background di ciascun tifoso. Addirittura, un monito che è riferimento imprescindibile della mentalità di un ultras. Ovvero, a conti fatti, ciascun supporter a tal punto legato alla storia della sua città, dei colori di quella città, delle origini e delle tradizioni, da essere pronto a sostenerla sempre e ovunque. Di rimando, la squadra di calcio diventa specchio evidente della città stessa e – nel nome di quella: la squadra, la città – ci si muove in giro per il mondo a renderne evidente la gloria. La grandezza. Onorarla per dare onore e lustro alla rispettiva storia personale. Si fa anche a pugni, nella volontà di sancire fisicamente il senso di importanza della propria terra. Dovrebbe esserci tutto questo nella mentalità di un ultras. Che uno condivida o meno. Ecco perchè, a conti fatti, quelli della Curva Nord Lazio è inutile appellarli pure così. Esultare per la sconfitta. Mai visto. Si sono resi protagonisti di una macchia indelebile verso cui, qualunque ultras degno di tale nome, dovrebbe provare disprezzo. Ivi compresi i tifosi della Curva Nord Milano, tifoseria interista gemellata alla Lazio ma a tal punto differente nelle modalità di intendere il tifo che non si capisce, a ‘sto punto, su quali basi potrebbero conservarsi gli ottimi rapporti. Forse solo personali. A birra e salsiccia. Ma allora – lì – è altra faccenda.